Il ruolo della famiglia nell’anoressia e nella bulimia

È questa l’epoca della “magrezza”: siamo continuamente bombardati da immagini raffiguranti la donna magra, rimandando ad uno stereotipo di bellezza che continua a generare una visione idealizzata e insana. Purtroppo ad essere influenzate sono tante, tantissime giovani donne che ricercano quell’ideale di bellezza che provoca non pochi problemi di salute ma anche di malessere psichico. Le persone anoressiche sono ossessionate dal peso corporeo e dal cibo, infliggendosi continue rinunce che portano, inevitabilmente, al sottopeso e a tutte le conseguenze ad esso associato (amenorrea, ricovero). Le stesse dinamiche psichiche le ritroviamo nelle persone bulimiche, che si differenziano da quelle anoressiche per il normo peso e per episodi di “abbuffate” senza controllo, a cui seguono quasi sempre atti di compensazione (vomito autoindotto e uso di lassativi).

In che modo la famiglia esercita la propria influenza?

Diversi studi concordano nel ritenere che l’anoressia e la bulimia sono la manifestazione di disturbi più profondi legati alla propria identità; identità che si struttura attraverso un processo di “differenziazione” dalle proprie figure genitoriali. Nel caso delle persone anoressiche questo processo non sembra verificarsi. Tantissimi studi condotti in questo ambito hanno rintracciato il punto cardine del disturbo nel rapporto con la madre, che appare essere iperprotettiva, impedendo il normale percorso di “separazione”, motivo per cui la persona anoressica/bulimica si percepisce come estensione della madre piuttosto che come individuo a se stante. Emerge dunque un bisogno di controllo che viene spostato sul cibo e sul peso; controllo che, inconsapevolmente, è finalizzato alla ricerca di quelle attenzioni di cui la persona si sente privata. La persona anoressica/bulimica crede che i suoi problemi siano causa dell’aspetto esteriore e del peso corporeo e generalmente il disturbo si innesca a cavallo di una nuova esperienza di vita che richiede responsabilità e autonomia a cui la persona non si sente in grado di far fronte. La famiglia della persona anoressica/bulimica risulta essere “invischiata”, cioè caratterizzata da rapporti di dipendenza in cui non vi sono confini tra i membri, ma tutti pensano allo stesso modo. E se la madre, in queste famiglie, appare essere iperprotettiva, il padre sembra offrire alla figlia un supporto emotivo mediante il cibo, riproponendo, inoltre, lo stesso tipo di relazione negativa vissuta con la moglie. In conclusione, questi genitori appaiono emotivamente insoddisfatti e alla ricerca di nutrimento emotivo nei figli. Entrambi i disturbi spesso di associano a disturbi d’ansia, disturbi di personalità, dipendenze e stati depressivi.

Come agire?

Vista la connessione tra i disturbi alimentari e le dinamiche familiari, sarebbe utile una psicoterapia familiare, attraverso cui esplorare i legami, le relazioni e le dinamiche esistenti tra i vari membri della famiglia e intervenendo, laddove necessario, a ridefinire i confini individuali di ognuno. L’intervento sull’intero sistema familiare non ha finalità giudicanti o di attribuzione di colpa anzi, ritenendo che i genitori siano il supporto indispensabile per i propri figli, il loro coinvolgimento è una risorsa per la persona che presenta il disturbo, ma anche per l’intera famiglia che può riconfigurarsi al meglio.

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